Da più di duemila anni è una eccellenza riconosciuta dell’agricoltura campana. Anzi, più specificamente, dell’Agro nocerino-sarnese ai piedi del Vesuvio, dove il fertile terreno vulcanico gli conferisce caratteristiche e proprietà organolettiche uniche.
Il Cipollotto nocerino, che porta già nel nome la terra di provenienza, dal 2008 ha ottenuto il riconoscimento europeo di DOP (Denominazione di Origine Protetta) che ne certifica a livello internazionale il legame indissolubile con la Valle del Sarno. Dov’è largamente coltivato fin dall’epoca dei Romani, che ne furono i primi estimatori come lo sono oggi tanti consumatori italiani e stranieri, in particolare dei Paesi del centro e nord Europa.
Il bulbo, dal caratteristico colore bianco e dalla forma cilindrica, tra i due e i quattro centimetri di grandezza, con lunghe foglie verdi nastriformi, viene raccolto prima che diventi una vera e propria cipolla. Rispetto a essa presenta, dunque, un sapore molto più dolce e un aroma meno intenso, che lo rende molto versatile per il consumo sia crudo che cotto. Inoltre, l’essersi sviluppato nella terra vulcanica lo rende particolarmente ricco di oligoelementi. Grazie al clima favorevole e alla fertilità del suolo, il cipollotto è un prodotto sempre di stagione, giacchè può essere seminato a più riprese nel corso dell’anno e raccolto, per poi essere commercializzato, nell’intero arco dei dodici mesi. Dopo la raccolta, viene effettuata in loco una lavorazione che rappresenta un valore aggiunto per la qualità del prodotto. I bulbi vengono lavati, pelati a mano uno per uno, privati delle radici più evidenti e di parte delle foglie e poi riuniti nei mazzetti che, accompagnati dal marchio Dop e da tutte le indicazioni sulla provenienza, vengono esportati in tutta Europa.
Il trasporto dei cipollotti dall’area di produzione su barche che utilizzavano come via di comunicazione per i commerci il fiume Sarno, è raffigurato su una pittura parietale, conosciuta come “Larario del Sarno”, rinvenuta a Pompei nel 2018 e risalente al I secolo a.C. Una testimonianza inequivocabile di quanto sia antico il radicamento di quell’ortaggio nell’Agro. Altre testimonianze sul consumo antico del bulbo arrivano addirittura dalla letteratura latina. Oltre a essere citato da Plinio insieme alle altre specie di verdure e frutti presenti nella dieta dei Romani, a descrivere il cipollotto fu Lucrezio nel suo “De rerum natura”, dove illustra anche una ricetta nota come “terrina lucreziana”.
La ricetta originale, che è stata rivisitata e riproposta di recente con condimenti di uso moderno, prevede l’uso dei cipollotti, da cuocere in una terrina in cui aggiungere, a metà cottura in acqua, un pesce crudo salato, da disporre alternativamente ai bulbi. Per i condimenti, oltre all’olio d’oliva, sono indicati il “liquamen”, identificato con una delle varianti del “garum”, il miele, il vino dolce o il mosto cotto e la santoreggia o la mentuccia. L’altra ricetta antica porta la firma del famoso cuoco Apicio, che con i cipollotti faceva una frittata di cinque uova, condita con il sale e il prezioso e costoso pepe importato dall’Oriente.
Coltivato in un’area che corrisponde ai territori di ventuno Comuni, il Cipollotto nocerino è diventato un prodotto di punta dell’agricoltura vesuviana, tanto da aver superato per ettari coltivati il più famoso pomodoro San Marzano, perché i bulbi apprezzati nell’antichità incontrano anche il gusto dei consumatori di oggi. Un successo crescente, ormai riconosciuto ben oltre i confini naturali della Valle del Sarno.




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